Nel mio lavoro, c’è anche chi ti attende in strada scalzo, in pigiama, solo perché una persona a cui tiene molto, sta male.
Ti fa strada in un ginepraio di vicoletti a cui il labirinto di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, fa un baffo.
Ti incita, ti esorta allarmato, chiedendo di fare ancora più presto non capendo che tu ti porti appresso quintali di attrezzatura, tutta indispensabile, che dopo ogni metro, dopo ogni scalino diventa sempre più pesante con l’ulteriore handicap del vestiario, particolarmente pesante, in questa fredda giornata.
Quando arrivi, con il fiato spezzato, e più sudato di Galeazzi durante la telecronaca della finale dei mondiali di canottaggio e capisci che, probabilmente ci sia poco margine terapeutico, te ne sbatti altamente e incominci a fare ciò per cui ti hanno preparato.
Nonostante gli spazi angusti, nonostante il rumore di sottofondo di chi ti circonda e, nonostante il poco personale di cui disponi, lavori cercando di non farti distrarre per rimanere il più concentrato possibile sul tuo obiettivo.
I gesti oramai si susseguono quasi automatici anche se ogni volta devi escogitare qualcosa di nuovo a causa di quel mobiletto (tanto caruccio, eh…) ma che li proprio non ci doveva stare oppure a causa del riscaldamento attivo in modalità “tropici”.
Cerchi un segno. Uno solo.
Ti guardi bene dal guardarti intorno. Sai che incrociare lo sguardo atterrito di quella ragazza, forse appena 20enne, ancora con i piedi ghiacciati, sarebbe deleterio. Per questo rimani concentrato. Poche parole, pochi gesti, tutti, si spera, il più efficaci possibile.
Ma arriva il momento in cui ti devi arrendere. Capisci di doverla lasciare andare.
Arriva quel momento in cui sai di aver dato tutto. Arriva quel momento, in cui devi prendere il coraggio a due mani e convincerti a guardare colei che ti ha condotto li.

Tutte le reazioni, per quanto diverse, rimangono tutte uguali. In quegli occhi puoi leggere tutto; in una frazione di secondo vedi ciò che non dovresti mai vedere.

Dicono che si ricordi solo il primo morto.
Non è vero. Ci si ricorda di tutti quanti.
Solo che il primo te lo porti dentro.
Per tutti gli altri, decidi di vivere. Perché deve essere così. Decidi di vivere anche per loro affinché la morte, non sia stata inutile.

Non me ne vogliano, per cui, tutti coloro che mi vedono fare il “giullare di corte”. In quel momento, come in tutti i momenti in cui mi vedrete “fuori come un balcone”, io vivo.
Vivo, anche per loro.






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